Con la cintura nera legata in vita mi sentivo veramente figo. Il mio ego era a mille e anzi, con il senno e la saggezza di poi, potrei dire che ero sgradevolmente egoriferito.
Durante gli allenamenti mi guardavo spesso allo specchio per correggere quei piccoli dettagli che fanno la differenza tra una buona prova e una prova qualsiasi. In quel periodo però mi guardavo solo per compiacimento, vanità. Avevo raggiunto il mio obiettivo, avevo realizzato il mio sogno. Ero sulla cima della montagna più alta e guardavo il mondo dall’alto in basso.
In gioventù ci sta sentirsi in questo modo ma è necessario riparametrarsi a un certo punto e questo processo può avvenire con “le buone” oppure con le “cattive”.
Ahimè, a me toccò il secondo caso.

A fine lezione, durante i soliti avvisi, il Maestro annunciò che avremmo partecipato a una gara sociale (nulla di serio in realtà) da lì a un mese. Mi iscrissi immediatamente, un po’ perché negli ultimi anni avevo partecipato a qualunque competizione, ma soprattutto non vedevo l’ora di partecipare alla mia prima gara da cintura nera.

Arrivò il giorno e così come ero abituato, mi presentai sul posto abbondantemente in anticipo. La gara si sarebbe svolta nella palestra di una scuola media, pochi spalti per ospitare i genitori degli atleti più giovani. Mi cambiai, annodai la mia amata cintura facendo bene attenzione che il nodo fosse perfetto e le due estremità della stessa lunghezza. Iniziai a scaldarmi.

Come succede nella maggior parte delle gare, si inizia con il kata.
Nella mia pool eravamo solo in otto, numero piuttosto credibile per una competizione di quel genere. Essere in otto sottintendeva che fossimo direttamente alla fase finale della competizione, quindi avremmo tutti eseguito un solo kata.
Meglio… il mio Bassai Dai mi ha fatto vincere un campionato nazionale poco tempo fa, massima potenza da subito e tanti saluti.

Non prestai la minima attenzione agli atleti che entrarono prima di me, io fui chiamato per quinto.
Salii sul tatami in maniera impeccabile e dichiarai il nome del mio kata in maniera chiara e marziale guardando dritto negli occhi l’arbitro centrale seduto a pochi metri da me.

Yoi. Percepivo i piedi uniti, le mani nella corretta posizione. Un respiro profondo, mi sbilanciai in avanti e iniziai il mio kata.

Quando esplose il secondo kiai attesi un istante, teatralmente voltai la testa verso l’arbitro centrale e tornai in yoi. L’embusen era perfetto, tornai esattamente al punto di partenza.
Saluto.
Ero molto soddisfatto, avevo fatto molto più forte di quanto riuscii a fare durante la gara che in premio mi diede la cintura che indossavo. Sicuramente sarei salito sul podio. Non ascoltai nemmeno il mio punteggio.

La pool si concluse e ci schierammo per il saluto pronti a sentire la classifica.
Si classifica al terzo posto… non ero io. Certo, ho fatto sicuramente meglio del gradino più basso del podio. Merito di più.
Si classifica al secondo posto… non ero io. Wow ho vinto! Ho vinto la mia prima gara da cintura nera! Sono davvero contento e orgoglioso di me.
Si classifica al primo posto… un momento, quello non è il mio nome… ma… com’è possibile?
I tre atleti chiamati andarono verso il podio per la breve cerimonia di premiazione. Io restai fermo sul posto per un attimo prima di andare dal presidente di giuria.
Oss, mi scusi, posso sapere come mi sono classificato?
Sì, certo. Dunque… sei arrivato settimo.
Ah. Oss, grazie.

Settimo. Su otto. Solo un atleta era riuscito a fare peggio di me.
Ricordo il freddo che provai in quel momento, il senso di debolezza. Ricordo quanto mi sentii stupido, inadeguato. Illuso. Debole.
Mi si avvicinò una ragazza, sorridendo. Non eravamo della stessa società ma ci incontravamo spesso alle gare, agli stage. Fin dalla mia prima esperienza, l’ho sempre vista con la cintura nera. Non eravamo in confidenza, ma eravamo legati dalla stessa passione e frequentavamo lo stesso ambiente. Un po’ come quando in treno, da pendolare, vedi sempre le stesse persone e alla fine ti sembra siano tutti tuoi amici.

Il tuo kata va bene.
Da cintura marrone.
Ma adesso sei nera.
Eri piuttosto alto sulle gambe. E i fianchi… non hai enfatizzato molto il movimento.
Hai fatto fortissimo ma avevi spesso le spalle contratte. Si vede sai?
Non sei male, ma devi lavorare ancora un bel po’.

Mi sorrise di nuovo, mi diede una pacca sulla spalla e andò via.

Mi presentai molto meno spavaldo quando ci allineammo per il kumite. Avevo aperto gli occhi e cominciavo a capire l’entità dell’errore che avevo commesso.
Il combattimento iniziò.
Dopo pochi secondi fui colpito da un mawashi geri jodan. Ippon.
Qualche scambio incerto, confusione. Tempo finito (e mi sembrò di essere su quel tatami da un mese). Zero punti. Fuori.

Passai diversi giorni a pensare a quello che era successo. A come mi ero allenato, al mio mindset. Alla mia presenza quel giorno.
Ci misi un po’ a capire cosa mi aveva davvero sconfitto, umiliato, quel giorno.

Vanità.

Mi resi conto che non mi ero più allenato con la voglia di migliorarmi, di perfezionarmi, di “affilare le mie armi”. Mi ero allenato come se fossi un campione, qualcuno che non aveva nulla da correggere, nulla da migliorare.
Avevo perso la fame di apprendimento e l’avevo sostituita con la presunzione di essere un gradino sopra a tutti.
Che stupido.
Avevo confuso il punto di partenza dello studio con il punto di arrivo. Ma come ho fatto a essere così cieco?

Per molto tempo pensai a quella giornata come la peggiore della mia “carriera” da karateka.
Quel giorno però non ho perso una gara, ho perso un’illusione. Ho capito che voler compiacere il proprio ego è il modo peggiore per approcciarsi a quest’arte.

Non sei male, ma devi lavorare un bel po’.
Non ti ho mai ringraziato, ma credo che il mio karate, oggi, dipenda tantissimo dalle tue parole di quel giorno oltre che dagli insegnamenti dei miei maestri.