Ricordo ancora la prima volta che mi sono iscritto a una gara. Avevo sedici anni, non proprio un bambino. Due mesi di allenamenti alle spalle, e una domanda che continuava a ronzarmi nella testa: chi me l’ha fatto fare?
Il mio Sensei, ovviamente. Mi aveva convinto lui, con quella sua aria tranquilla che non ammette repliche. “Vedrai che sarà un’esperienza che ti farà bene”, aveva detto.
Spoiler: aveva ragione.
Ma questo non significa che non abbia passato le due settimane precedenti alla gara con lo stomaco sottosopra e un’ansia mai provata prima.

Se sei timido, se ti spaventa l’idea di metterti sotto i riflettori, se solo a pensare al tatami di gara ti vengono i sudori freddi, ho scritto questo per te.
Non ti dirò che la paura non esiste, o che basta crederci e tutto si risolve. Ma voglio che tu sappia che gareggiare, anche quando hai una paura folle, è una delle cose più utili che puoi fare per te stesso.

Il tatami di gara è un posto strano. Chiunque abbia messo piede in una palestra durante una competizione sa di cosa parlo. C’è un’energia nell’aria che non si trova da nessun’altra parte. Le voci che rimbombano, i gi bianchi che si moltiplicano, i bambini che corrono ovunque, i genitori che filmano con il telefonino alzato, dagli spalti.

E poi ci sei tu. Con la tua borsa con dentro il karategi stirato e lavato, lo sguardo preoccupato e una sola immensa domanda: e se faccio una figuraccia?

Ecco, fermati un secondo su questa domanda. “E se faccio una figuraccia?” È interessante, non credi? Perché in fondo non è la sconfitta che spaventa davvero. È lo sguardo degli altri. È l’idea che qualcuno ti veda sbagliare, incepparti, perdere il filo di un kata o scivolare come fossi sul ghiaccio. I timidi non hanno paura di fallire: hanno paura di farlo in pubblico.

Ma, cosa succede davvero sul tatami?
Ti dico una cosa che ho capito solo dopo anni: sul tatami di gara, nessuno ti guarda davvero.
O meglio, ti guardano tutti ma non ti vede nessuno, non come immagini tu.
Quando entri in pedana per il tuo kata, i giudici osservano la tecnica. I tuoi compagni di club spendono parole di incoraggiamento, tifano per te. Il tuo maestro spera che non ti passi la voglia di praticare. Gli altri concorrenti stanno pensando ai fatti loro, al loro turno, alla loro paura. Tua madre sta cercando di mettere a fuoco la scena con il giusto zoom.
Tutti sono troppo dentro la loro testa per stare dentro la tua.

Questa cosa me l’ha detta un mio compagno di dojo più grande e molto più esperto di me diversi anni fa. Me ne stavo in un angolo della palestra a fissare il vuoto prima di una gara, chiaramente nel panico, attanagliato dalla peggiore ansia da prestazione che potesse torturarmi in quel momento.
“Sai qual è il tuo problema?” mi aveva detto. “Pensi di essere il protagonista della storia di tutti. Ma ognuno ha la sua storia. Tu sei un personaggio secondario nella loro.”
Senti una frase così e ti sembra subito una banalità da biscotto della fortuna ma in realtà la registri ed è come se ti restasse appiccicata addosso per sempre.
Avanti, ti sfido. Descrivimi il kata di chi ha partecipato contro di te all’ultima gara. Non quello che ti ha impressionato, l’altro, quello che ha sbagliato e ha preso il voto più basso. Capito adesso?

Sai, la paura non è il nemico.
Facciamo una cosa: smettiamo di trattare la paura come se fosse un difetto da correggere. La paura non è un difetto.
La paura prima di una gara è normale. È fisiologica. Il tuo corpo sta preparandosi a qualcosa di importante, sta alzando i livelli di adrenalina, sta affilando i sensi. Quella sensazione allo stomaco? Non è debolezza. È il carburante.

Il problema non è avere paura. Il problema è quando la paura decide per te.
Quante volte ho sentito la stessa storia: “non so se posso iscrivermi a questa gara, forse ho un impegno quel giorno…”.
“Si, ma non sto tanto bene oggi, non ho dormito, non so se riuscirò a fare bene”.

Hai pensato che arrendersi velocemente fosse meno doloroso che rischiare davvero.
Questo è lasciare il comando alla paura. E tu stai inventando scuse, giustificazioni, alibi.
Sai come si toglie il volante alla paura e si ricomincia a guidare? Gareggiare, nonostante tutto. Impegnarsi, nonostante tutto. Perdere o vincere nonostante tutto. Ogni singola volta.

Il coraggio non è l’assenza di paura.
C’è questa idea romantica del guerriero senza paura, del karateka che entra in pedana con lo sguardo di pietra e i nervi d’acciaio. Esiste gente così? Forse. Ma nella mia esperienza, i migliori che ho incontrato sul tatami erano tutti, in modi diversi, spaventati. Erano tutti, inequivocabilmente umani.

Conosco una ragazza. Bravissima. Una vera macchina da guerra, specializzata nel kumite. Veloce, precisa, una scelta di tempo che vorrei avere anch’io. Prima di ogni incontro piange. Dal nervoso, dall’ansia. Letteralmente piange come un bambino. Poi si ricompone, stringe la cintura, indossa i guantini e si trasforma in un’altra persona.
Le ho chiesto come facesse a salire su quel tatami nonostante la sua reazione.
“Non lo so,” mi ha risposto. “Ma non posso tirarmi indietro, non me lo perdonerei.”

E’ questa la differenza tra chi gareggia e chi non gareggia: il coraggio non è la mancanza di paura, ma la capacità di agire NONOSTANTE la paura. “Ho paura, e lo faccio lo stesso.”
Amici, questo non è karate, questa è vita…

Cosa ti dà una gara che l’allenamento non potrà mai darti?
L’allenamento in palestra è fondamentale, ovvio. Ma ha un limite: è un ambiente controllato. Conosci le persone intorno a te, conosci gli spazi, conosci le regole non scritte. C’è una rete di sicurezza invisibile fatta di abitudine e familiarità.
La gara ti toglie quella rete.
E quando non c’è la rete, scopri cose di te che non sapevi. Scopri come reagisci alla pressione vera, a un avversario che non conosci, a un giudice che sembra guardarti storto, a un errore che non puoi ripetere. Scopri se quello che hai imparato in palestra è davvero tuo, o se funziona solo in condizioni ottimali.

Ho visto persone che in palestra sembravano invincibili e che in gara si scioglievano come neve al sole. E ho visto il contrario: atleti mediocri in allenamento che sul tatami di gara tiravano fuori qualcosa di straordinario. La gara è uno specchio diverso da quello della palestra. A volte più crudele ma spesso più onesto.

Un consiglio pratico: abbassa le aspettative (nel modo giusto)
Se sei alle prime esperienze per quello che riguarda le gare, o se sei timido e la competizione ti manda in crisi, c’è un trucco mentale che può salvarti.
Invece di andare lì per vincere, o peggio, per “non perdere”, vai lì con un obiettivo tecnico.
Uno solo. “Voglio tenere la guardia alta per tutto l’incontro.” “Voglio eseguire il terzo movimento del kata senza affrettarlo.” “Voglio non abbassare gli occhi davanti al giudice.”

Questo sposta il centro di gravità. Non sei lì per dimostrare qualcosa a qualcuno: sei lì per lavorare su una cosa specifica. E quella cosa puoi controllarla tu, indipendentemente da come va a finire.

Ci ho messo anni a capirlo. Ma da quando ho iniziato a gareggiare così, con un obiettivo piccolo e concreto invece della vaga ambizione di “fare bene”, la paura ha cambiato sapore. Non è sparita. Ma è diventata più gestibile.

Un’ultima cosa.
Se sei timido e stai pensando di iscriverti a una gara, o se il tuo Sensei ti ha già iscritto e stai cercando una scusa per tirarti indietro, te lo dico chiaro: vacci.
Non perché la gara ti trasformerà in un campione. Non perché vincerai. Magari perderai. Probabilmente perderai, almeno le prime volte. Ma uscirai da quel tatami sapendo una cosa in più su di te. E quella cosa vale molto di più di una medaglia.

Il karate non si impara solo in palestra. Si impara anche lì, sotto i riflettori, davanti ai giudici con le ginocchia che tremano. Forse soprattutto lì.

Quindi: fai un respiro profondo, allaccia la tua cintura e HAJIME!