Sono nato nel 1978 e ho vissuto fino all’età adulta in una frazione di un piccolo comune all’ombra di Milano. In un posto così il tempo scorre lento e le possibilità sembrano contarsi sulle dita di una mano.

A quei tempi, da bambino, lo sport veniva scelto da mamma e papà valutando l’opzione più comoda: facilmente accessibile e vicina a casa. I sogni di chi doveva iniziare la propria vita sportiva passavano in secondo piano rispetto alla praticità. Era così per me, era così per tutti i miei coetanei e compaesani.

L’offerta, del resto, si riduceva a due sole voci: il nuoto, in una piscina a pochi chilometri nel comune confinante, oppure il calcio all’oratorio, situato dall’altra parte della strada rispetto a casa mia.

Due mondi, due odori diversi: cloro ed erba tagliata. Ma la stessa assenza di alternative.

Nessuno che mi chiedesse cosa volessi davvero. Nessuno che si interrogasse se quelle fossero le scelte giuste per me.

A casa nessuno seguiva il calcio; inoltre, ero piuttosto cagionevole di salute, con diverse problematiche legate ad allergie e asma. Probabilmente uno sport outdoor non era adeguato.

Velocemente fu scelto per me il nuoto.

E così iniziai a nuotare. Mi impegnavo, ma in realtà non mi è mai piaciuto. Non è mai nata una passione. Fare avanti e indietro in una vasca era frustrante, poco divertente e poco gratificante dal punto di vista delle relazioni sociali.

Cercavo una scintilla che non arrivava mai.

Una sera, però, guardando la televisione, qualcosa cambiò.

Frequentavo le scuole elementari e per la prima volta trasmisero Karate Kid – Per vincere domani. Conosciamo tutti il film, i sequel e gli spin-off.

Rimasi affascinato da come questo ragazzo, bullizzato dai suoi compagni, veniva formato dal suo maestro.

Un Maestro che non solo insegnava tecniche di difesa e attacco, mascherate da attività che sembravano lontanissime dal combattimento, ma ad ogni insegnamento tecnico riusciva a trasmettere una lezione applicabile in qualunque ambito.

Non solo informazioni tecniche, ma una vera e propria filosofia di vita. Veniva trasmessa una forma di saggezza.

Formazione, crescita, non solo allenamento.

Esistevano sport che andavano oltre la tecnica?

I miei istruttori di nuoto mi stavano insegnando a muovermi, a coordinarmi, a respirare. Mai avrei pensato che avrei potuto usare quelle nozioni per qualcosa di diverso dal nuoto.

Era tutto palesemente e ovviamente fine a se stesso.

Ma il Karate sembrava diverso. Mi sarebbe piaciuto provare in prima persona, per capire meglio.

Lo chiesi a mamma e papà, ma purtroppo non esistevano scuole a portata di mano e così il mio restò solo un desiderio, al momento irrealizzabile.


Anni dopo, già adolescente, i problemi di salute scomparvero e nello stesso periodo spuntarono le prime palestre di bodybuilding.

Qualcuna di queste offriva corsi di arti marziali ai quali, finalmente, mi iscrissi.

Frequentai diversi corsi: kickboxing, pugilato, Jeet Kune Do. Cambiavo perché, nonostante l’impegno e la costanza, e qualche piccolo risultato, la soddisfazione che cercavo non arrivava.

In ogni caso affrontavo gli allenamenti con il sorriso: mi divertivo e imparavo.

Mi convinsi che le mie erano state solo le fantasie di un bimbo che aveva visto un bel film, ma che la realtà era quello che stavo vivendo.

Terminati gli studi, cominciai a lavorare e la vita mi portò lontano dal mio paesino, dalla parte opposta di Milano.

Non passò molto prima di scoprire che una delle mie nuove amicizie era cintura nera 3° dan di Karate Shotokan.

La fiamma di curiosità e interesse che in me sembrava sopita si riaccese con forza.

Da appassionati di arti marziali ci confrontammo su tantissimi argomenti, finché decidemmo di fare sparring.

Scambiammo le prime tecniche in maniera molto guardinga, probabilmente nessuno di noi sapeva cosa aspettarsi dall’altro.

Il rispetto reciproco, l’amicizia e l’esperienza ci portarono a non affondare i colpi, ma semplicemente a impegnarci in un buon combattimento.

Semplicemente stavamo facendo ciò che ci appassionava.

Le sue tecniche erano pulite, molto più delle mie: precisione, velocità, eleganza. Uno stile impeccabile, funzionale e bello.

Mi fece vedere alcuni kata. Rimasi ipnotizzato da quei movimenti forti ma accurati.

Mi raccontò di kime, zanshin, controllo, respirazione, applicazione, forza, realtà e tanto altro.

La fiamma era diventata un incendio indomabile: io dovevo diventare un karateka.

Mi suggerì una scuola relativamente vicina al mio posto di lavoro.

Non ci pensai due volte: andai, mi iscrissi e iniziai il mio viaggio.


Da quando misi piede per la prima volta in un dōjō sono passati ben oltre due decenni.

Ho avuto il piacere di praticare sotto la guida di maestri importantissimi nel panorama del karate italiano e internazionale.

Ho appreso tantissimo, sto ancora imparando moltissimo e ho sempre più la consapevolezza che il viaggio che iniziai quel giorno non avrà mai fine.

In più, come sognavo da bambino, il karate non mi ha solo insegnato tecniche e strategia, ma una vera e propria filosofia di vita.

Ho appreso un modo di fare e di approcciarmi ai problemi quotidiani unico.

Senza il Karate, non sarei la persona che sono oggi, non penserei come penso oggi e non affronterei le sfide della vita come le affronto oggi.

Tutto questo va molto oltre un pugno o un calcio, e non posso che essere grato a tutti quelli che mi hanno aiutato a essere a questo punto della mia vita.

Chiunque si avvicini a questa arte marziale si rende conto, quasi immediatamente, che lo studio della tecnica rappresenta solo una parte della propria formazione.

Il karate è una disciplina complessa, con una storia lunga e interessante; non può essere banalizzata riducendola a un semplice sistema basato sul paradigma parata-contrattacco.

La tecnica non deve solo essere efficace: essere un vero karateka significa migliorarsi costantemente, cercando di essere migliore di ciò che si era ieri e ponendosi l’obiettivo di crescere ancora domani.

La sfida è contro sé stessi: cercare la perfezione, consapevoli di ogni movimento, la massima focalizzazione e concentrazione.

È la ricerca di uno stato di quiete interiore, pronto e reattivo, che offra una visione lucida delle cose e una precisa percezione di sé e di ciò che ci circonda.


Guardandomi indietro oggi, penso spesso a quanto le nostre origini siano fatte di due ingredienti impossibili da separare: le scelte e il caso.

Le scelte degli altri prima, poi, lentamente, consapevolmente, le tue.

Il caso: guardare un film da bambino e innamorarsi di un modo di fare che ti accompagnerà per la vita.

Magari, se il nuoto mi fosse piaciuto, il karate non mi sarebbe mai interessato e quel film sarebbe stato solo uno dei tanti visti.

Forse si tratta semplicemente di continuare a camminare, finché non ci si ritrova su una strada che è diventata nostra.