C’è un momento preciso, alla fine di ogni allenamento, che ho impiegato anni a capire davvero. È quando togli la cintura, pieghi il karategi e lo metti in borsa.
Non è un gesto meccanico. È qualcosa di più sottile, quasi una piccola cerimonia privata. Perché in quel momento smetti di essere chi sei stato per le ultime due ore e torni a essere… chi, esattamente?
Questa domanda mi ha inseguito a lungo. E ho scoperto, negli anni di pratica, che non sono l’unico a farsela.
Il dojo ha una caratteristica che non tutti riconoscono subito: è uno spazio con regole proprie, con una sua grammatica sociale, con un tempo che scorre diversamente. Quando entri e ti inchini, non è solo un rito formale, è un cambio di stato. Lasci fuori quello che sei nel mondo: il lavoro, i problemi, le aspettative altrui. Dentro, conti per quello che fai e per come ti muovi.
Questo è, in parte, il suo dono più grande.
Sul tatami sei studente, indipendentemente da quello che fai nella vita. Il chirurgo e il muratore si allenano fianco a fianco, sudano allo stesso modo, praticano lo stesso kata. C’è una democrazia strana e bellissima in tutto questo. La gerarchia esiste, sì, ma è fatta di anni di pratica, non di stipendio o posizione sociale.
Eppure questa stessa separazione, che all’inizio senti come liberazione, col tempo può diventare qualcosa da esaminare con più attenzione.
Ho conosciuto persone, e per un certo periodo sono stato io stesso uno di loro, per cui il dojo era diventato il posto dove “esistere davvero”.
Fuori, una vita che scorreva senza troppo senso, fatta di routine. Dentro, invece, chiarezza. Un ruolo definito. Un posto dove sapevi cosa ti si chiedeva e sapevi, più o meno, come darlo.
È comprensibile. È anche pericoloso.
Quando il karategi diventa un’armatura, smette di essere un abito che indossi per allenarti e rischia di diventare un rifugio. La palestra non è più un posto dove cresci: è il posto dove ti nascondi. L’identità del karateka, l’essere “quello che fa karate”, comincia a riempire spazi che dovrebbero essere occupati da altro.
Non sto dicendo che sia sbagliato amare profondamente questa pratica. Sto dicendo che c’è differenza tra fare del karate una parte importante di sé e farne l’unica parte che si riesce a riconoscere.
Il tatami ti insegna molte cose. Ti insegna a stare sotto pressione, a cadere e rialzarti, a guardare negli occhi chi ti sta di fronte senza abbassare lo sguardo. Ti insegna il rispetto, la disciplina, la pazienza, quella vera, non quella che si esibisce.
Ma c’è una domanda che il tatami non fa mai, perché non è il suo compito: chi sei quando non sei qui?
La risposta spetta a te. E il fatto che molti la evitino non è una colpa, è una cosa umana. Tutti costruiamo dei ruoli in cui sentirci al sicuro. Tutti abbiamo dei contesti dentro cui siamo più a nostro agio. Il problema nasce quando il ruolo prende il sopravvento sulla persona, quando cominciamo a rispondere alla domanda “chi sei?” con “sono un karateka” e ci fermiamo lì, come se quella fosse una risposta sufficiente.
Eh già, non lo è.
C’è una cosa curiosa che ho osservato nel tempo: spesso chi fa karate da molti anni porta la propria pratica fuori dal dojo in modo naturale, quasi inconsapevole. Non nel senso di parlarne continuamente con chi non pratica, quello è un altro tipo di problema, più legato all’ego che all’identità. Lo porta fuori nel modo in cui reagisce alle difficoltà, nel modo in cui ascolta, nel modo in cui tratta le persone in fila alla cassa del supermercato.
Il karate, se lo pratichi davvero, non rimane sul tatami. Cambia qualcosa dentro di te che poi si manifesta ovunque.
Ma quella trasformazione non è automatica, e non è garantita. Puoi fare karate per vent’anni e uscire dalla palestra sempre uguale a come sei entrato, se non ti fai mai le domande giuste. La cintura nera non è un certificato di maturità emotiva. Non lo è nemmeno il terzo dan o il quarto! L’identità non si costruisce nelle ore di allenamento, si costruisce in tutte le altre ore, quelle in cui non stai calciando e non stai colpendo, quelle in cui sei semplicemente una persona tra le persone.
C’è una domanda che mi faccio ogni tanto, soprattutto nei periodi in cui sento che il dojo sta diventando più un porto sicuro che una palestra. Me la pongo seriamente, senza ironia: se domani non potessi più allenarmi, se per qualche motivo il karate sparisse dalla mia vita, cosa rimarrebbe?
Non è una domanda catastrofista. È una domanda di orientamento.
Se la risposta mette a disagio, è un segnale. Non che stia facendo qualcosa di sbagliato, ma che forse sto trascurando qualcosa. Relazioni. Interessi. Parti di me che ho lasciato in stand-by perché era più comodo presentarsi al mondo con l’identità del karateka.
Togliere il karategi, in questo senso, non è un gesto fisico. È un esercizio di onestà. Significa chiedersi: al netto della pratica, chi sono? Cosa mi interessa? Cosa mi muove? Cosa offro alle persone che mi stanno vicino quando non sono in modalità “atleta” o “studente di arti marziali” o “insegnante”?
Qui arriva la parte che trovo più interessante, e che ho capito solo dopo anni di allenamento: più sei una persona intera fuori dal tatami, più sei presente e utile dentro.
Non è un paradosso vuoto. Ha una logica precisa.
Chi porta sul tatami solo il proprio ego da karateka, quello che ha bisogno di vincere ogni scambio, di dimostrare qualcosa, di essere visto, si allena in modo chiuso. Reagisce, non risponde. Ha paura di sbagliare perché lo sbaglio minerebbe l’unica identità che ha. Chi invece ha una vita ricca fuori, chi sa chi è anche quando il karategi è in borsa, porta sul tatami una presenza diversa. Più leggera. Più disponibile.
Può permettersi di essere umile perché l’umiltà non lo annienta. Può permettersi di sbagliare perché il suo valore non dipende dalla perfezione tecnica. Può permettersi di imparare davvero.
Ogni tanto, finito l’allenamento, mi fermo qualche secondo in più prima di lasciare il dojo. Non è meditazione, non è niente di romantico. È solo un momento in cui mi osservo: cosa porto con me? Cosa lascio qui?
Il sudore, ovviamente, rimane sul tatami. Ma anche un certo modo di stare nel mondo, un certo livello di attenzione, una consapevolezza del corpo che sarebbe ridicolo mantenere al cento per cento fuori dalla palestra.
Quello che porto via, invece, è meno tangibile e più importante. È un senso di chiarezza. Un ricordo di cosa significa impegnarsi davvero in qualcosa. Una piccola riserva di focus e concentrazione da spendere nel resto della giornata.
E poi, sotto tutto questo, c’è la domanda che continua a tornarmi: chi sono quando non sono qui?
La risposta cambia. Cambia di anno in anno, di stagione in stagione. E questa, forse, è già la risposta migliore che posso dare. Perché una persona che si interroga su chi è, anche fuori dal tatami, anche senza il karategi, è una persona che non ha ancora smesso di crescere.
E questo, in fondo, è esattamente quello che il karate dovrebbe insegnarti a fare: crescere.

