C’è un momento in cui ti accorgi che stai combattendo contro un avversario fortissimo, temibile, infallibile. Non è la persona che hai davanti in un kumite, fatta di carne, ossa e intenzione. Non sono gli avversari immaginari che sconfiggi e abbatti durante i kata. È più subdolo, non ha corpo, non si stanca, non sbaglia mai un’entrata. Quel maledetto fortissimo avversario sei tu. O meglio: è l’immagine che hai di te: il tuo ego.

Nel karate se ne parla spesso, quasi sempre male. “Lascia l’ego fuori dal dojo” è una di quelle frasi che circolano… La si dice ai principianti con tono severo, la si ripete tra praticanti come fosse una verità acquisita. E anch’io, per anni, l’ho presa per buona senza chiedermi se fosse davvero così semplice.

No, non lo è.

L’ego come nemico ha una faccia precisa, riconoscibile. È quello che ti fa abbassare la guardia perché pensi di sapere già. È quello che trasforma una correzione tecnica in un affronto personale. È quello che, dopo una sconfitta, costruisce mille alibi e giustificazioni e poi impietoso demolisce la tua fiducia.

Quante volte abbiamo incontrato questo avversario? Un compagno con meno esperienza che fa un kata migliore del nostro. Un avversario che ci buca con un gyaku zuki che nemmeno abbiamo visto partire. Quanti alibi ci siamo costruiti per questi episodi? L’ho incontrato quando il sensei mi faceva la stessa correzione per la decima volta e io dentro di me pensavo “che palle, lo so già”, ma evidentemente non lo sapevo, o non abbastanza. L’ho incontrato in gara, quando la preoccupazione di fare bene era sostituita da quella di non fare brutta figura.

In quei momenti, l’ego è davvero un macigno che occupa fisicamente spazio nella tua testa, che dovrebbe essere piena di presenza, concentrazione, adattamento. Ti blocchi nell’immagine che hai già di te e non riesci a rispondere prontamente a ciò che sta accadendo.

Fin qui, niente di nuovo. Prometto che da qui cercherò di cambiare il modo di vedere le cose.

C’è un’altra storia, che si racconta meno volentieri.

Quante volte ti sei allenato più duramente perché volevi dimostrare qualcosa? Quante volte sei tornato sul tatami dopo una sconfitta con una fame diversa, più acuta, quasi sgradevole? Quante volte la prospettiva di essere visto, riconosciuto, ti ha dato una spinta che nessuna disciplina interiore sarebbe riuscita a produrre?

Già. C’è una forma di ego che funziona da carburante. Non è l’arroganza o il disprezzo verso gli altri, ma qualcosa di più primordiale: il bisogno di valere, di contare, di lasciare un segno. È una forza rozza, non particolarmente nobile, ma reale. Si fatica a nominarla, ma è lì che lavora, sottotraccia.

Alcuni degli atleti più forti che conosco hanno un ego enorme. Non si vede in superficie: sono rispettosi, sobri, lavorano sodo in silenzio. Ma sotto, c’è una volontà di eccellenza che ha radici narcisistiche profonde. Vogliono essere i migliori. Non lo dichiarano, forse non se lo dicono nemmeno, ma quella spinta è lì, e li muove.

Questo ego, chiamiamolo “motore”, non va necessariamente condannato. Il punto è capire se riesci a usarlo senza farti consumare. Le ossessioni sono molto pericolose…

E poi c’è il terzo livello, quello che trovo più interessante e più difficile da sostenere.

E se l’ego non fosse né avversario né carburante, ma semplicemente una storia che raccontiamo su noi stessi, abbastanza convincente da sembrare vera, ma fondamentalmente fragile?

Mi spiego.

Ho vissuto qualcosa di strano durante una gara andata male, ma male male: ho sbagliato la sequenza del kata, un kata fatto milioni di volte. Testa nei fumogeni, risultato ovviamente pessimo. Tornato a casa, invece dell’analisi fredda che mi ero proposto, mi sono trovato a fissare il muro con una sensazione che non riuscivo a mettere a fuoco.
Non era solo delusione. Era qualcosa di più profondo.

Mi ero allenato, almeno in parte, per sostenere un’idea di me. Il praticante serio. Quello che porta i risultati, quello che “speriamo di non averlo contro”. Un’immagine costruita mattone dopo mattone, allenamento dopo allenamento, risultato dopo risultato, pacca sulla spalla dopo pacca sulla spalla.

E quella gara aveva smontato tutto in dodici minuti.

La cosa che mi aveva colpito non era la sconfitta in sé. Era rendermi conto di quanto ci fossi rimasto male per non essere riuscito a difendere quell’immagine.

Ecco, il mio ego non era né il nemico, né il carburante. Era una scenografia, un palco su cui stavo recitando senza saperlo.

Che poi… l’illusione non è l’ego in sé. È credere che l’immagine che ne deriva sia reale, solida, definitiva. È confondere la storia che racconti di te con quello che sei davvero.

Il tatami è uno dei pochi posti dove questa fragilità diventa visibile in tempo reale.
Un avversario più veloce, un errore ripetuto, un momento di esitazione e l’immagine crolla. Non gradualmente, ma di colpo. Non hai tempo per ricostruirla. Devi fare qualcosa adesso, con quello che hai adesso, che sia all’altezza dell’idea che hai di te stesso oppure no.

Per salvarci forse dobbiamo ricorrere alla tradizione zen legata alle arti marziali che ci gira intorno da secoli: abbracciare il nulla, il vuoto. Ma non voglio scadere nella filosofia da discount.

Alla fine non so cosa sia davvero l’ego, né come funzioni davvero. Nemico, carburante, illusione.

So che combatterlo trasformandolo nel proprio avversario principale, spesso lo ingigantisce rendendolo ancora più grande. So che usarlo come carburante funziona, ma solo finché non diventa l’unica benzina disponibile: perché arriverà il giorno in cui si accenderà la spia della riserva e, sicuro, resteremo a secco nel momento peggiore.
L’illusione… richiede una forza enorme per riuscire a staccarsi da se stessi andando contro ogni istinto identitario.

Magari queste tre varianti di ego vanno alternate, con coscienza, con l’aiuto del caso. Senza eliminarlo e sfruttandolo il giusto. Vederlo, riconoscerlo mentre agisce, sfruttarlo come strumento per migliorare piuttosto che farlo diventare l’obiettivo.
L’ego al nostro servizio e non l’opposto. Chissà, riuscendoci forse potrebbe rimanere davvero solo una persona, un tatami, il tempo che scorre, un respiro profondo e il karate, quello vero.