Entrato nel dojo per la prima volta, ho impiegato cinque minuti a capire che avevo trovato esattamente ciò che stavo cercando. Non era solo allenamento fisico. Era una ricerca quasi maniacale della perfezione: ogni gesto, ogni tecnica, ogni transizione. Era impossibile raggiungere gli standard richiesti senza una massiccia dose di motivazione, disciplina, concentrazione. Era precisamente quello che cercavo: quel qualcosa in più che trasformava le cose da un buon sport a un modo vero e proprio di approcciarsi alle cose. Non solo una dimensione fisica o strategica, ma qualcosa che richiedeva un diverso livello di consapevolezza e presenza mentre ti allenavi. È difficilissimo da spiegare, ma chiunque abbia mai praticato un’arte marziale tradizionale mi ha capito perfettamente.

Mi allenavo tantissimo. Non perdevo nessuna delle cinque lezioni settimanali e nel weekend ripassavo da solo quello che avevo visto nei giorni precedenti.

Durante gli allenamenti ero attentissimo, osservavo tutti, i più piccoli e i più grandi, i gradi alti e i gradi bassi come il mio. Ero, e sono convinto ancora adesso, che tutti abbiano da insegnare. Un errore che il Maestro correggeva a un qualsiasi allievo diventava spunto di autocritica. Un suggerimento che si scambiavano due cinture verdi, diventava mio. Volevo crescere, ma volevo fare le cose per bene. Ci misi poco a capire che senza una buona base, sarebbe stato impossibile raggiungere un livello alto. E io volevo andare lì: in alto.
Ero davvero innamorato di ciò che facevo, e ne volevo sempre di più. La mia era una fame che non riuscivo a placare.

Mi iscrissi a tutte le competizioni previste per il mio grado. Volevo un confronto serio con persone che, come me, si trovavano all’inizio del cammino senza essere bimbi. Avevo bisogno di sapere se stavo lavorando bene, volevo confrontarmi con i miei simili.
Risultai piuttosto vincente. Probabilmente non era la tecnica a fare la differenza, eravamo tutti allo stesso livello. La differenza vera stava nell’atteggiamento. Io volevo essere lì, volevo dimostrare, volevo capire. Sono sempre stato poco interessato a coppe e medaglie, per quanto soddisfino il proprio ego, volevo davvero solo capire quale fosse il mio livello e dove dovessi migliorare.
Studiavo i miei kata maniacalmente, fino al più insignificante dettaglio. Continuavo a provare fino a essere soddisfatto del mio operato. Mi sono sempre detto che in gara, potevo anche arrivare ultimo, pace, ma dovevo essere soddisfatto della mia performance. Solo in caso contrario sarebbe stata una sconfitta.

Ma non erano solo rose… il mio grosso problema era il kumite. Nelle mie precedenti esperienze, il contatto era pieno. Nel karate, e soprattutto al mio livello di allora, era intollerabile. Il kihon ippon kumite, come sappiamo, prevede il controllo più totale. Controllo facilitato dall’annullamento delle due grandi variabili del combattimento: il tempo (si dichiara la tecnica e si parte entro 3 secondi), lo spazio (la distanza viene presa all’inizio dell’incontro). Ciò che rimane è pulizia tecnica, precisione e controllo. Sfiorare senza mai toccare. Mi faceva sorridere e preoccupare allo stesso tempo sapere che l’esperienza che avevo maturato era uno scoglio da superare piuttosto che un aiuto. Realizzai però che se non sai fare una cosa piano, controllandola, pulita, precisa, quando cerchi di farla velocemente otterrai solo un grosso pasticcio.

Continuai così per anni, senza mai annoiarmi, senza mai mollare. Senza mai distrarmi. Mi resi conto di essere pronto per il grande passo. Il Maestro fu d’accordo: era ora di ottenere il primo dan, la tanto agognata “cintura nera”.

A quel tempo si poteva ottenere il grado in due modi: l’esame sostenuto di fronte a una commissione federale; oppure gareggiare nel campionato italiano cinture marroni dove, in base al numero dei partecipanti, uno o tre atleti per categoria avrebbero “vinto” il grado.
Non ebbi nessun dubbio. Non volevo un riconoscimento, volevo una sfida. Non mi interessava di essere bravo, volevo essere più bravo. Mi iscrissi.

Quella della gara fu una giornata impossibile da dimenticare. Eccitazione, paura, esaltazione, ansia. Tutto si mischiava dentro di me. Anche se, all’apparenza, ero freddo e distaccato, dentro stavo per esplodere. Sapevo di essere pronto, sapevo che anche i miei avversari lo erano. Sapevo di volere quel grado, così come chiunque altro su quel tatami.
Per la gara di kata, era prevista una fase a eliminazione diretta con ripescaggio. Poi, nella fase finale, alla quale avevano accesso i migliori quattro, ci sarebbe stata la classica valutazione a punteggio. Uno vinceva la cintura, gli altri una stretta di mano.

Per il kumite invece era previsto un tabellone a eliminazione diretta con ripescaggio. Jū ippon kumite fino alle semifinali. Poi, in finale, jū kumite. Erano gli anni in cui il kumite si praticava con quei guantini leggerissimi che sembravano rubati al ciclismo, paradenti e conchiglia. Stop. Non si prendeva alla leggera… Anche in quel caso solo un vincitore.

Nella mia categoria eravamo in ventuno. Avremmo iniziato con il kata.

Ricordo che chiesi al mio Maestro come funzionavano i ripescaggi. La risposta mi fece sorridere: “Tu pensa a vincere, non a farti ripescare”.
Beh, non fa una piega…

Ricordo chiaramente solo il primo scontro: i rumori diventati ovattati appena chiamato, la sensazione del tatami sotto ai piedi raggiungendo la posizione di inizio, il nome del kata dichiarato fortissimo. Heian Nidan. Lo yoko geri frustato altissimo. Lo schiocco del karategi sugli shuto. I kiai come due esplosioni. AKA passa al turno successivo. Vinto. Poi i ricordi sbiadiscono… Tekki Shodan… vinto… Heian Sandan… vinto.

Non so nemmeno quante prove sostenni. Vinsi sempre, nessun ripescaggio. Il Maestro aveva ragione, così era semplice.
Mi trovai tra i 4 finalisti. Ora si saliva sul tatami senza l’avversario al fianco. Per non so quale logica, fui il primo.
Bassai Dai.
L’ultimo kiai fu liberatorio. Ero stanco come mai lo ero stato.
Sentii bene il mio punteggio.
Secondo atleta. Buon kata, ma il mio punteggio era più alto.
Terzo atleta. Kata bellissimo, impeccabile. Prese il mio stesso punteggio.
Quarto atleta. Niente di che, voto piuttosto basso, brutto avversario, l’ansia.

In caso di pareggio dipende tutto dai voti scartati. Il più alto e il più basso dei cinque.
Vinsi di 0,10.

La gara di kumite andò molto diversamente. Fui eliminato al primo incontro. Non fui ripescato.
Mi dissero che ero troppo rigido. Avevo usato troppo le spalle. Non era pulito. Insomma, avevo fatto abbastanza schifo.

Il bilancio della giornata fu comunque positivo: il gradino più alto del podio nella prima premiazione. Avevo ottenuto ciò che volevo. Finalmente potevo indossare la cintura nera.
Nonostante tutto però, non ero soddisfatto fino in fondo: il kumite era andato davvero male: non avevo superato neppure il primo turno. Il mio kata era risultato vincente ma con un margine piccolissimo.

Non capivo come mi sentivo. Ero stanchissimo, al settimo cielo per aver raggiunto l’obiettivo che sognavo. Eppure per il kumite non mi ero dimostrato all’altezza. Avevo perso, e per questo mi sentivo triste, inadeguato. Ero arrivato primo nella prova di kata ma avrei preferito una vittoria schiacciante. Mi sentivo fortunato più che “bravo”.
Non mi sentivo degno di indossare una cintura nera.

Potevo fare solo una cosa per schiarirmi le idee: chiedere al Maestro.

“Eravate ventuno. In diciannove domani si alleneranno indossando la cintura marrone. Due no. Tu no. Il kumite non è andato bene, è vero. Ma hai fatto un buon incontro. Se avessi combattuto così all’esame non avresti avuto problemi, ti avrebbero promosso. I tuoi kata erano molto buoni. Non hai perso nessuna prova. Perché non sei soddisfatto? In ogni caso ricordati che quello che facciamo, quello che ti insegno, vale molto di più di una medaglia. Ma soprattutto ricordati che oggi sei diventato cintura nera, ed è oggi che inizi davvero a studiare karate”.

Come sono solito fare, celebrai la vittoria e analizzai la sconfitta. Passarono anni, però, prima di capire davvero il valore di quel giorno. Fu un nuovo inizio e non lo dico per dire: cambiai il mio modo di approcciare l’allenamento e lo studio delle tecniche.

Forse non si diventa cintura nera nel momento in cui superi un esame o vinci una gara. Forse diventi cintura nera quando capisci che lo studio nel dojo non serve a quello, ma semplicemente a migliorarti, un allenamento alla volta. Vale sì per le tecniche, ma soprattutto per l’atteggiamento, per il modo di relazionarsi con amici, colleghi, compagni di corso, per il modo di approcciare i problemi sul tatami e fuori dal tatami.

Una cintura nera non è un karateka esperto. È qualcuno che ha capito di avere ancora tutto da imparare.